La crisi economica sta rendendo i licenziamenti lo strumento principe con cui le imprese affrontano i processi di ristrutturazione e qualsiasi timida ripresa non produrrà una crescita significativa delle assunzioni, ma solo maggior utilizzo degli impianti e del tempo di lavoro di operai e impiegati. Inoltre l’enorme numero di disoccupati e di un esercito industriale di riserva con minori diritti e salari più bassi rende più ricattabile chi oggi ha un lavoro.
In tale situazione la difesa del posto di lavoro è difficile ma non impossibile. Fondamentale il rapporto dei delegati con i propri compagni di lavoro e la capacità di un sindacato di organizzarne la resistenza. E’ ovvio che il numero dei dipendenti pesa nel conflitto come nelle vicende della Fincantieri, dell’acciaieria Thyssen Krupp di Terni o in quella della Indesit-Whirlpool.La capacità di mobilitazione da un lato e l’attenzione dei mass media dall’altra sono fattori importanti ma non si sviluppano in modo automatico. Servono uomini e donne che, insieme all’organizzazione sindacale sul posto di lavoro, siano in grado di trasformare una potenzialità in fatti concreti. Convocare assemblee, organizzare cortei, guidare un clima di rabbia e di oggettiva paura è il primo atto su cui basare una resistenza ai licenziamenti. Per questo in alcune fabbriche, a parità di di-pendenti, ciò avviene oppure no. La base di una possibile resistenza parte da dentro l’azienda, dai rap-porti di forza che lì esistono e dalla capacità di legarli all’esterno.
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